IUGOSLAVIA

November 1, 2026
 

La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era nata dalla seconda guerra mondiale, quando i partigiani comunisti guidati da Josip Broz (Tito) avevano ingaggiato gli occupanti nazisti e fascisti, insieme ai loro alleati locali, in una guerriglia di liberazione villaggio per villaggio, e sarebbe stata annientata da altri conflitti, questa volta intestini. 

Questo è un estratto dall’articolo “Frammenti europei: atlante del dopo-muro” dal numero 10/19 di Limes “Il muro portante“

La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era nata dalla seconda guerra mondiale, quando i partigiani comunisti guidati da Josip Broz (Tito) avevano ingaggiato gli occupanti nazisti e fascisti, insieme ai loro alleati locali, in una guerriglia di liberazione villaggio per villaggio, e sarebbe stata annientata da altri conflitti, questa volta intestini. 

I prodromi del collasso dell’esperimento jugoslavo si palesano già verso la fine del regno del maresciallo Tito. La costituzione del 1974 riplasma l’assetto della federazione: oltre alle sei repubbliche fondatrici – Slovenia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Bosnia e Croazia – vengono istituite anche due province autonome in Serbia, il Kosovo e la Vojvodina. Quando il maresciallo muore (1980), l’architettura che regge la sua creatura – «Sei Stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito» 1 – perde il suo pilastro portante e scopre presto di avere i piedi d’argilla. 

La disgregazione della Jugoslavia diventa così una tragedia in quattro atti.

La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era nata dalla seconda guerra mondiale, quando i partigiani comunisti guidati da Josip Broz (Tito) avevano ingaggiato gli occupanti nazisti e fascisti, insieme ai loro alleati locali, in una guerriglia di liberazione villaggio per villaggio, e sarebbe stata annientata da altri conflitti, questa volta intestini. 

I prodromi del collasso dell’esperimento jugoslavo si palesano già verso la fine del regno del maresciallo Tito. La costituzione del 1974 riplasma l’assetto della federazione: oltre alle sei repubbliche fondatrici – Slovenia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Bosnia e Croazia – vengono istituite anche due province autonome in Serbia, il Kosovo e la Vojvodina. Quando il maresciallo muore (1980), l’architettura che regge la sua creatura – «Sei Stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito» 1 – perde il suo pilastro portante e scopre presto di avere i piedi d’argilla. 

La disgregazione della Jugoslavia diventa così una tragedia in quattro atti.

Atto primo: Slovenia 1991. Lubiana dichiara la secessione, Belgrado invia l’esercito, ma solo pro forma. Dopo dieci giorni, le forze dell’Armata popolare jugoslava si ritirano nelle repubbliche più a sud, dove confluiscono anche altri reparti e alcune bande paramilitari.

 

Atto secondo: Croazia 1991-95. Zagabria si sottrae all’abbraccio di Belgrado, che reagisce occupando la Slavonia orientale e altre aree della Croazia meridionale, dove si creano delle enclave serbe. Nei quattro anni successivi serbi e croati, mentre combattono aspramente in alcune aree, provano ad accordarsi per spartirsi la Bosnia e coronare i rispettivi sogni espansionistici: la Grande Serbia e la Grande Croazia. 

Intervallo: Macedonia 1991. Skopje dichiara la propria indipendenza dalla Jugoslavia,nell’indifferenza generale. La tensione tra la maggioranza macedone e la minoranza albanese non degenera in conflitto aperto. Gli accordi di Ohrid (2001) pongono le basi per uno Stato parzialmente binazionale.

Atto terzo: Bosnia 1992-95. Quando la popolazione bosgnacca e quella croata si esprimonoa favore dell’indipendenza, i serbi reagiscono proclamando la secessione e occupando militarmente alcune zone, coadiuvati surrettiziamente dalle forze jugoslave controllate da Belgrado. Se in una prima fase i croati sembrano favorevoli allo smembramento della Bosnia, col tempo allestiscono una fragile cooperazione con i bosgnacchi in funzione antiserba. Tutte le fazioni intraprendono operazioni di pulizia etnica, aprendo campi di concentramento e massacrando la popolazione civile. Per quattro anni Usa, Comunità/Unione Europea e Onu assistono pressoché inermi a un conflitto ibrido, incapaci di stabilire se si tratti di guerra civile o di aggressione esterna. Gli accordi di Dayton (novembre 1995) fanno terminare gli scontri e cristallizzano il quadro demografico emerso manu militari. La Bosnia-Erzegovina viene suddivisa in tre entità: la Repubblica Serba, abitata in maggioranza da serbi, la Federazione croato-musulmana (suddivisa in dodici cantoni), dove vivono principalmente le altre due comunità nazionali, e il distretto di Brčko.

Atto quarto: Kosovo 1998-99. Le crescenti tensioni tra maggioranza albanese e minoranza serba spingono Belgrado a schierare nella provincia autonoma le truppe jugoslave, accompagnate ancora da formazioni paramilitari. Si replica, mutatis mutandis, lo scenario bosniaco: mentre combattono per conquistare zone strategiche, i miliziani serbi e i guerriglieri kosovari dell’Uçk compiono eccidi di massa contro la popolazione civile. L’intervento della Nato, che bombarda Belgrado e altri centri serbi – e per errore anche diversi campi profughi – sbilancia gli equilibri militari a favore degli indipendentisti kosovari. A metà del 1999 cessano le ostilità: il Kosovo diviene un protettorato Onu. 

Epilogo: Montenegro 2006. Anche Podgorica si stacca, per via referendaria, da Belgrado. La Jugoslavia, che ufficialmente aveva giĂ  cessato di esistere nel 2003, esce definitivamente di scena.

Breve sequel: Kosovo 2008. Priština si dichiara unilateralmente indipendente da Belgrado,iniziando il faticoso processo di riconoscimento sul piano internazionale. A oggi sono ancora molti gli Stati che non hanno allacciato rapporti diplomatici con l’ex provincia serba – Cina, Russia e cinque membri dell’Ue, inter alia.

Le guerre che hanno dilaniato la Jugoslavia non hanno visto fronti chiaramente contrapposti e battaglie campali, ma per lo più azioni di pulizia etnica, compiute spesso con mezzi rudimentali da miliziani indottrinati, convinti di proteggere la propria gente da un imminente genocidio. A guidarli generali che combattevano le loro guerre di gioventù – ustaše contro četnici, comunisti contro nazifascisti – o guerre immaginarie risalenti virtualmente a secoli prima – Christianitas contro islam, serbi contro turchi.

La somma di ondate di pulizia etnica, eccidi, trasferimenti forzati di popolazione, leggi restrittive sulla cittadinanza e pressioni socio-economiche ha prodotto una regione (s)composta in sette Stati piuttosto omogenei sotto il profilo etnico-nazionale, che complessivamente hanno un pil comparabile a quello del Veneto e una popolazione inferiore a quella del Benelux. Con la convivenza difficile e spesso artificiosa tra diverse comunità nazionali, la Bosnia è rimasta l’ultimo simulacro di ciò che fu la Jugoslavia.

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